30.4.09

Figlie della Notte, sorelle di Venere, stelle dell’Est, cosa ci attende ancora? Quando potremo udire ancora il canto dell’acqua che risale dai pozzi?

Tin Hinan: la madre dei Kel Ahaggar (Tuareg del Nord), che venne da lontano

C’era una volta un pacifico regno nel sud del Marocco, in una regione che oggi si chiama Tafilalet (qualcuno sostiene si trattasse della famosa Atlantide, intesa come immenso mare di sabbia) dove, pacificamente, viveva un re, una regina e la loro bellissima figlia, la principessa Tin Hinan; fino alla comparsa di un pretendente al trono che imprigionò i reali e segnò l'inizio della fuga di Tin Hinan  accompagnata dalla fedele ancella Takamat, due asine, due capre, due cammelle, un sacco di provviste e due ghirbe piene d’acqua. 
La storia del sec. IV° potrebbe giustificare l'esodo per ragioni ideologiche o politiche in quanto s'era insediato in Numidia il potere Romano e la Religione cristiana, provocando numerose rivolte nelle tribù islamiche.
Un viaggio simbolico affrontarono le due donne, tra insidie, pericoli, grandi paure, anche quella di morire, deprivazioni, peripezie e prove di solidarietà, ingegno e astuzie tipicamente femminili che le condussero infine, all’oasi di Abalessa, nella regione dell'Ahaggar, in un'epoca in cui la regione era ancora abitata dagli Isebeten, un popolo povero, che non conosceva ancora la civiltà... 
Tin Hinan insegnò loro a scrivere, a lavorare l’argilla, a tessere stoffe e tappeti colorando la lana delle pecore con sostanze prese dalla terra e dalle piante. 
Una sfida contro il deserto che si concluse con la nomina a Regina del Regno leggendario (varie le assonanze con la regina Antinea, di Atlantide).

E Tin Hinan ebbe sette figli e tre figlie che avrebbero regnato dopo di lei.

Il nome del padre non è stato tramandato nei racconti della tradizione, a conferma dello status privilegiato della donna e del  matriarcato presso i Tuareg.

 E disse ai suoi bambini:
- I miei figli hanno le sette qualità che servono nella vita, sette qualità che possono  anche generare sette difetti...
- Il mio primo figlio è la
Volontà! La volontà che ci aiuta a guidare altri uomini e indica la strada da seguire, ma che può anche indurre in errore.
- Il mio secondo figlio è la
Forza! La forza che difende I deboli ma che può anche distruggerli.
- Il mio terzo figlio è l’
Orgoglio! L’orgoglio che fa tenere la fronte alta verso il cielo ma che, facendo toccare il cielo, può anche infrangersi contro il cielo stesso.
- Il mio quarto figlio è il
Coraggio! Il coraggio che spinge ad attaccare e a resistere il nemico, sia esso un uomo, un leone o un serpente, con la stessa sicurezza. Ma spesso può fare sentire la morte scivolare dentro le ossa...
- Il mio quinto figlio è la
Generosità! La generosità che dà tutto ciò che possiede ma anche ciò che non ha e che non avrebbe mai il diritto di donare.
- Il mio sesto figlio è l’
Astuzia. L’astuzia che fa credere ciò che vuole ma che può anche  prestarsi alla menzogna.
- E il mio settimo figlio è la
Fede: la fede che crede nel destino e colui che ha la fede è al tempo stesso due uomini, uno della terra e uno del cielo.

E Tin Hinan disse alle sue figlie:
- La mia prima figlia è la
Dolcezza, la dolcezza che cura le ferite.
- La seconda è la
Tenerezza, la tenerezza che culla tutti I cuori.
- La terza è la
Freschezza, la freschezza che calma ogni sete e ogni febbre...
Testo tratto da 
dossiersaharabambini 

Alla sua morte fu sepolta vicino all’oasi. 
Ogni uomo o donna tuareg che passava davanti alla tomba vi depose una pietra in segno di rispetto e poco a poco si formò un colossale monumento megalitico, noto come édebni,  alto 30 metri,  che si può vedere ancora oggi  ad Abalessa, non lontano da Tamanrasset: i Tuareg li considerano le tombe degli Ijabbaren, la popolazione dei giganti dell'antichità.

 Ed ancora oggi si racconta, sotto il cielo pieno di stelle,
 l’avventura di Tin Hinan e Takamat, 
le due donne che sfidarono il deserto 
e vengono accolte qua, 
tra le Figlie del Vento. 


29.4.09

Niyam Raja, «montagna regina» e i protettori dei torrenti

Niyam Raja: onorare e non toccare. Da lei sgorga il bene più prezioso che ci sia, l'acqua. 


INDIA- Negli ultimi tre anni i Dongria e altri popoli locali appartenenti alla tribù dei Majhi Kondh (circa 8.000 componenti) non sono stati a guardare e, con il sostegno degli attivisti di Survival e di altri manifestanti, hanno organizzato catene umane e cortei di protesta: a Gennaio hanno raggiunto 10.000 persone. Lo scorso 25 Aprile si sono nuovamente radunati pacificamente.

I Dongria si sono dati il nome di Jharnia, ovvero “protettori dei torrenti”, perché a loro spetta il compito speciale di proteggere la montagna sacra, Niyam Dongar, e i fiumi che sgorgano dalle sue dense foreste.


Obiettivo:  fermare i bulldozer ed il trasporto delle attrezzature del gigante minerario Vedanta Resources che rischia di distruggere la loro terra e la loro esistenza, giacchè la Corte Suprema dell’India avrebbe decretato il via libera alle operazioni nell’agosto 2008 .
La minaccia, infatti è rappresentata dalla compagnia mineraria inglese che è in procinto di scavare una miniera di bauxite, , la materia da cui si ricava l’alluminio grezzo, a cielo aperto sulla sommità della montagna sacra dei Dongria Kondh, sulla catena montuosa di Niyamgiri (considerata e venerata come la dimora del loro dio), nello stato indiano di Orissa.

La raffineria è già oggetto di critiche da parte dai funzionari governativi per le sue continue violazioni degli standard di sicurezza e per le “allarmanti” emissioni inquinanti. 
Oltre un centinaia di famiglie hanno perso le loro case a causa della fabbrica. 
Molte altre hanno perso i loro terreni agricoli e, con essi, la sicurezza e l'autosufficienza alimentari.

“Se la compagnia distruggerà la nostra montagna e le nostre foreste per profitto, noi diventeremo mendicanti. Non cederemo la nostra montagna perchè lei è tutta la nostra vita. Ne soffrirebbero anche altre tribù, quelle che vivono lungo i fiumi che scaturiscono dalla nostra montagna.”
 dichiara un uomo Dongria Kondh a Survival.



Aiuta i Dongria Kond:

26.4.09

La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci. (I. Asimov)

«Mi picchiava quando non riuscivo più a mangiare 
e quando stavo per vomitare»
Hoda,  8 anni.

 «Mi faceva bene cinque litri di latte da un enorme contenitore. Era come se il mio stomaco ogni volta stesse per esplodere». 
Selma

La tortura inizia a cinque anni, quando le bambine vengono tolte dalle loro famiglie e inviate alle fattorie dell’ingrasso, dove vengono alimentate a forza: un menu tipico giornaliero può comprendere due chili di miglio, due coppe di burro e 20 litri di latte di cammello. 
Chi osa ribellarsi, viene picchiata dalle 
matrone che supervisionano l’ingrassamento
Se la pratica ha avuto successo, la promessa sposa a 12 anni peserà sugli 80 chili e a 15 anni sembrerà una donna di 30.
La pratica, di origine arabo-berbera, si chiama leblouh consiste nel raggiungere, possibilmente l'obesità, nelle bambine e nelle ragazze,  prima del matrimonio, in quanto simbolo di prosperità di bellezza.

La denuncia di Mint Ely dell'Association of Women Heads of Households,  gruppo per la difesa dei diritti umani in Mauritania che sottolinea come, per colpa della della giunta militare al governo, dopo il golpe dell’agosto 2008, nel paese stiano tornando in auge pratiche antiche e spesso crudeli come quella dell’alimentazione forzata delle bambine al fine di procurare loro un buon matrimonio. 

«Faccio mangiare loro molti datteri, moltissimo couscous e altri cibi grassi» dice una maitresse della "fattoria".

 Una ragazza magra non solo rischia di restare senza marito, ma è anche «una vergogna per la famiglia in alcuni paesi, specialmente nelle zone più remote», ha spiegato un’insegnante locale.
Oggi accade a una su dieci, secondo il governo della Mauritania, che ha lanciato diverse campagne contro questa pratica. 
Magherebeia.comYoung Mauritanians reject "forced-fattening" practice of Leblouh"


 "Due cose mi hanno sempre sorpreso: 
l'intelligenza degli animali 
e la bestialità degli uomini." 
Tristan Bernard

23.4.09

Mi è impossibile dirvi la mia età: cambia tutti i giorni.

"C'est parce que la fortune vient en dormant 
qu'elle arrive si lentement."

In testa, la cuffia ridicola che le assegnava quell'aria dimessa, fuori dal controllo vigilante; dopo una gustata doccia ripristina-umore.
La giornata era stata severa: ci mancava anche il tempo, nella sua volubilità, a modificare i piani, oltre che a far svolazzare il bucato steso sul balcone.

Uno sguardo soddisfatto ai nuovi colori di recente comparsi tra i vasi primaverili; 
un sorriso materno verso i germogli del suo girasole.

Sul divano, a mescolare le mani tra i peli morbidi dei gatti.

Un aforisma per impostare la serata:

"Non si devono mai fare progetti, 
soprattutto per il futuro."

e ci voleva proprio - disse,  mentre ripensava alla noiosissima lezione del corso che sta frequentando. 

Buona notte di speranze...

22.4.09

..Distribuiti tra i padroni a seconda dei venti.

"On peut seulment dire jamais, plus jamais!"
(possiamo solo dire: basta, mai più!)


All'età di 87 anni, lo scorso 6 febbraio 2009, a causa della malattia che lo divorava da mesi, è deceduto Boubacar Joseph Ndiaye, lo storico conservatore dell'agghiacciante Maison des Esclaves (Casa della schiavi costruita nel 1776 dagli Olandesi) dell’isola-memoria di Gorée (“Good Reed”, vale a dire “buona rada”), al largo di Dakar, in Senegal.

Famoso per la sua eccezionale capacità di narrare i tormenti della tratta degli uomini neri che partivano dalla piccola isola senegalese.

Qualche anno fa, mi recai, come molti toubab (bianchi) in vacanza in Senegal, in visita al Museo attrattiva dell'isola di Gorée e faticai severamente a trattenere le lacrime dentro a quello scempio:
 celle minuscole dove stivavano 15-20 persone alla volta (tra cui anche bambini), come in una scatola di sardine, ad insultare la coscienza;
le bilance per la pesa dove venivano eliminati gli uomini inferiori ai 60 kg, mentre i rimanenti venivano venduti per un barile di ruhm;
le carte dei prezzi dove leggi che le donne, venivano scambiate per oro e venivano selezionate in base al seno appuntito;
aforismi imbarazzanti, a ricordare l'orrore e la tragedia ed il destino di Gorée, come anticamera della morte.

Da qui, migliaia, addirittura milioni di schiavi tentarono la fuga, non sapendo più cos’altro fare, tuffandosi nell’oceano atlantico. Tutti furono abbattuti a colpi di moschetto.

E la porta del non ritorno: simbolo infausto di quell'olocausto che, secondo lo stesso Jo Ndiaye provocò la sparizione, in tre secoli, di 15-20 milioni di africani, sei milioni dei quali, morti per privazioni e maltrattamenti.
"De cette porte pour un voyage sans retour,
ils attaient,
les yeux fixès sur l'infini de la souffrance"
J.N.


Ancora scriveva Ndaye
(traduco direttamente)
"Oggi... coloro che hanno tentato di far credere che non sia accaduto nulla ad Auscwitz e a Dachau,
domani... non avranno nemmeno più bisogno di asserire che a Gorée non è accaduto nulla"

Jo Ndaye


Conserviamo la Memoria, non abbandoniamoLa e non abbandoniamoLi.

19.4.09

GGGGiovani d'oggi

Non ho mai amato i luoghi comuni, le generalizzazioni e le sentenze giudicanti, invidiose e stantìe che le frasi da "mezze-stagioni" e da bacchettoni incravattati, lontani anni luce dall'Io bambino di secoli prima, nascondono, poco segretamente.

"Quand'ero giovane io..."
"La mia generazioni invece..."
"Ai miei tempi i ragazzi erano più educati..."
"Non c'erano le droghe e la musica, allora, poteva davvero definirsi tale..."
"Non ci sono più valori..."


Sarà ma, cambiando i lustri e le epoche, mi sa che queste frasi si siano solo trasformate nel linguaggio e molto poco nei contenuti. Temo si tratti un'invarianza delle diverse generazioni, una sorta di "morbo" che s'impossessa dell'essere adulto. Non di tutti, fortunatamente. 

Non ci ho mai creduto a coloro che millantavano chissà quali e quante battaglie del tempo che fu, come si diffida delle prede descritte dai pescatori o delle avventure sessuali sparate ad alta voce, nei bar da certi squallidi e volgari avventori.

 Poi conosci fanciulli straordinari e, ancor più, ti convinci che ogni epoca, ha davvero i suoi eroi e persone che ti fan sentire fiero dell'umanità quand'anche avessi avuto dei dubbi fino a pochi istanti prima.

Ho incontrato un'esponente del Parlamento Europeo dei Giovani - sezione italiana dell'associazione che ha lo scopo di "promuovere una più ampia dimensione europea fra i giovani coinvolgendo gli studenti degli ultimi anni di scuola secondaria superiore e, attraverso il confronto con coetanei di altre nazioni su argomenti di attualità quali, ad esempio, diritti umani, ecologia, economia, incoraggiarli a formarsi un'opinione sul futuro dell'Europa."

Beh, ammettiamolo: non è da tutti...!

Un grazie speciale ad ogni giovane, 
di oggi, di ieri 
e di sempre 
che abbia regalato la propria intelligenza al mondo, 
mettendo a disposizione 
cuore
saperi
 e genio 
per il progresso di tutti noi. 

E a chi, sempre, 
riesce a farmi sorridere: 
è sublimamente arte!



17.4.09

Bisogna avere un caos dentro per generare una stella danzante.

F. Nietzsche


Nutro una certa ammirazione per varie forme espressive, in special modo per le tecniche teatrali (di ogni ordine e grado, con qualche preferenza per l'improvvisazione), verso la musica senza la quale, mai potrei affrontare alcunché, ed anche per la danza.
Mi appassionano le tradizioni dei popoli, sia quelli vicini, sia quelli molto distanti e mi piace osservare l'arte degnamente rappresentata dai suoi protagonisti.

Recentemente ho fatto una scoperta, per me decisamente nuova, che mi ha appassionata: la Urban Tribal Bellydance!!!

Ho girato abbastanza nei paesi orientali per avere una gradevolissima idea della danza del ventre e, peraltro, alcune mie colleghe la praticano da diversi anni e, qualcuna, ormai insegna e si esibisce nei locali pubblici. La danza Orientale, da poche decenni si sta ampiamente diffondendo anche in Europa e contagia le ballerine nostrane. Bellissime le movenze ed esaltata, al meglio, la femminilità dei corpi, dei costumi e la sensualità di mani, fianchi e accattivanti sguardi.




Ma la tribal Bellydance ancora m'era sfuggita, benché, nata negli anni '80, in America, sia giunta in Italia fin dal 2004 con le tournées della ballerina  Rachel Brice.

In essa è forte la sottolineatura della dimensione del gruppo (Tribe); spiccato, l’uso di costumi monili e gioielli dal forte richiamo etnico  e, come altra caratteristica, si basa sull'improvvisazione, senza una coreografia predefinita. Il vocabolario dei gesti deriva, oltre che dalla classica Danza Orientale anche dalle danze di folklore del Nordafrica, dalla Danza Indiana Baratha Natyam e dal Flamenco.

La formula "Urban Tribal" corrisponderebbe allo stile delle UltraGispsy, una tribe di ispirazione tribal fusion che utilizza musiche più commerciali. Propongono una tribal bellydance in chiave moderna che funziona molto bene nei locali di tendenza.


15.4.09

Tastiera snob

"Aborigeno, ma io e te che ca**o ce dovemo dì??"

Ci sono argomenti che proprio non mi entrano in testa e nei pensieri e che non solo non m'accarezzano la curiosità, ma mi danno addirittura a noia: potrei fare un elenco che rischierebbe di non esaurirsi troppo presto.

Ma diciamo che oggi, una voce in radio m'ha regalato un sorriso e, all'improvviso, la parola Facebook-mania, che generalmente mi provoca uno chock anafilattico gravissimo, mi hainvece,  trattenuto: 
ebbene sì, pare che sia giunta l'ora. 
Vuoi essere un vero geek, à la page e cavalcare l'onda? E' il tuo momento.

Elimina la tua iscrizione da Facebook
prima che i tuoi amici possano anticipare la moda 
e lasciarti solo ad arroccarti 
per difendere lo spazio virtuale del tuo account.

Liberati dalla mania di contare gli amici, aggiornare il tuo profilo, linkare, misurarti con gli altri iscritti, seguire i gruppi cui sei iscritto; inseguire amori, amanti ed ex.





Ti suggerisco la lettura di:

e, restando in famiglia, vi propongo anche il video di Susanna, La Ragazza di Facebook



14.4.09

Saharawi: figli delle Nuvole.

Tra coloro che ogni giorno affrontano 
l'assenza dei mass media del mondo che "conta",
 ci sono i sahrawi.

Da oltre 30 anni il territorio del Sahara Occidentale è occupato dal Marocco che con l'invasione del 1975, insieme alla Mauritania che agiva da Sud, dal Rio de Oro, ha obbligato 200.000 Saharawi all’esilio nel deserto algerino dell’Hammada, tra le dune di Tindouf, a Sud dell’Algeria, volendosi suddividere il territorio del Sahara.
Il Marocco ha dato inizio ad  un lungo conflitto contro il Fronte Polisario.

Vivono, profughi, in tendopoli, sottoposti a pesanti repressioni da parte delle autorità marocchine: arresti illegali, violazione dei diritti umani, nomadi scomparsi,... in attesa di poter realizzare, nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu che conferma, per questo popolo tale diritto, il referendum per l'indipendenza e per vedere nascere il nuovo Stato.
La consultazione popolare non ha mai modo e spazi di realizzarsi, a causa dell’opposizione del governo marocchino di Rabat che considera la regione sotto la sovranità del Marocco.


Negli ultimi giorni, a seguito dell'appello dell'Unione nazionale delle donne saharawi (Unfs) che ha organizzato la manifestazione contro quello che il Fronte Polisario chiama il "muro della vergogna" (costruito dal Marocco negli anni '80), cui partecipavano 3000 persone fra cui 2.000 stranieri (da Italia, Spagna, Francia), un paio di giovani che facevano parte della catena sono rimasti gravemente feriti, dopo aver attraversato la zona di sicurezza tra il muro e la recinzione, per colpa di una mina anti-uomo accidentalmente calpestata ed fatta esplodere.


Approfondimenti:

13.4.09

I mangiatori di patate

Al contadino non far sapere 
quanto è buono il formaggio con le pere,

Vincent Van Gogh
I mangiatori di patate (olio su tela, 82×114 cm, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam)


ma il contadino, che non era coglione, 
lo sapeva prima del padrone.

- Detto toscano -

11.4.09

Dio gli ordinò di fare un inventario del Mondo

Arthur Bispo do Rosario nacque a Japaratuba, Sergipe, in Brasile, nel 1911 (altre fonti riportano la data del 1909), la sua vita si svolse in mare, sulle navi, nei primi vent'anni, come semplice marinaio e boxeur; poi, per i restanti 50 anni, visse a Rio de Janeiro, trasferito dopo una breve vita da "randagio", da un ospedale psichiatrico all'altro: il Pedro II,  il Praia Bermelha, il Colìnia Juliano Moreira.

"Un dì, molto semplicemente, apparsi in questo mondo"


Arthur credeva di essere la reincarnazione di San Giuseppe.
Sentiva le voci degli angeli e del suo dio.
Esisteva un progetto divino per Arthur, ovvero quello di ricostruire il mondo e mettervi ordine per arrivare preparati al momento del Giudizio Finale: ordine del Signore e della Vergine Maria!

Per questo, iniziò ad assemblare il materiale che compariva in questo mondo, per collezionarlo e ricomporlo, fino a creare opere d'arte.
L'inventario era costituito da vetri rotti, 
abiti usati, 
bottiglie vuote,
vecchie lenzuola, 
divise smesse, 
oggetti di culto di altre religioni nel mondo.

Così, solo, usciva dai manicomi e superava la storia, giungendo a Venezia, dopo le capitali del Sudamerica, Stoccolma, Parigi, New York, facendo conoscere il suo stile popolare, "concettuale" e visionario, a dispetto del suo desiderio di non essere considerato un 'artista' bensì un messaggero di Dio ed esecutore del divino piano.
I primi legami all'esterno iniziarono negli anni '80, da parte di alcuni estimatori quali Lygia Clark e Frederico Moraes.

Arthur aveva lavorato con la spazzatura e da qui trovava la principale fonte d'spirazione.


Morì nel 1989 per infarto miocardico all'interno dell'ospedale psichiatrico, proprio mentre stava compiendo un'opera.

10.4.09

Silenzio e cordoglio

Sono infinite le occasioni per tacere,

sono doverose, tali altre: tra cui questa.

Le vittime, innocenti, di una forza bruta

e della brutalità dell'uomo

di cui ho pena

e rabbia.

La coscienza non sarà ricostruita dai soldi guadagnati con l'inganno,

le lacrime non basteranno

a commemorare i corpi assegnati al vento.

Mi unisco al dolore.

9.4.09

Dieci milioni di Rom in Europa sono ancora discriminati

In occasione della Giornata Mondiale dei Rom (ieri, 8 aprile), istituita dal 1971, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha voluto ricordare che in Europa dai 10 ai 12 milioni di Sinti e Rom continuano a vivere in povertà e in condizioni sociali disastrose.

"Sono 14 i paesi europei che hanno una popolazione inferiore al numero complessivo dei Sinti e Rom europei, ma ciò nonostante la discriminazione e il razzismo nei confronti della maggiore minoranza europea continua ad essere paragonabile alla situazione degli Afroamericani statunitensi degli anni '60.
(..) Praticamente non esiste paese europeo in cui Sinti, Rom, Gitanos, Gypsies, Tinker o Jenische non si sentano discriminati e minacciati. In parte i membri di questi gruppi etnici sono stati e continuano ad essere vittime di gravi violazioni dei diritti umani."
Appello APM (Ass. Popoli Minacciati)

"Dopo l'incendio e la
distruzione di 75 villaggi di Rom e Ashkali da parte di estremisti albanesi,
dopo le torture, gli stupri e gli assassini,
circa l'80% dei 150.000 Rom e
Ashkali del Kosovo hanno lasciato il paese tra il 1999 e il 2000."



L'APM si è rivolta agli Stati membri dell'U.E. con la richiesta di assumersi finalmente una maggiore responsabilità a favore di Rom e Ashkali, la seconda minoranza del Kosovo dopo quella serba. Né l'opinione pubblica internazionale, né i mezzi di informazione, i partiti, le chiese e nemmeno i sindacati dell'UE hanno preso atto della persecuzione collettiva scatenatasi contro questa minoranza all'indomani dell'entrata delle truppe della NATO nel 1999.

Vedi anche:

8.4.09

La speranza in un fiore

La speranza è un essere piumato
che si posa sull'anima,
canta melodie senza parole e non finisce mai.
La brezza ne diffonde l'armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe sconcertare l'uccellino
che ha consolato tanti.


L'ho ascoltato nella terra più fredda

e sui più strani mari.
Eppure neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola – a me.
Emily Dickinson

5.4.09

Cronaca di un corteo

c'ero anch'io

«Giù le mani da salari, 
pensioni, 
libertà 
e diritti»

07:00 - Il popolo della Cgil, lavoratori provenienti da tutta Italia, è già arrivato a Roma e ci sono le prime file per una colazione ed una sciacquata in viso, dopo una notte di euforia e scomodità.

A Roma per riprenderci il futuro


"Non sulla nostra pelle"
- recitano gli Studenti universitari-.


"(..) un'Italia, l'unica Italia, davvero unita, in cui non esistono altri sentimenti che dignita' per il proprio lavoro e rabbia per quelli che vengono illusi e che si trovano, stranamente, dall'altra sponda, pur essendo parte di noi.
E parlo degli operai che votano a destra, parlo degli operai sardi dell'Eurallumina che hanno dato il loro voto al lacche' del cavaliere per scoprirsi poi traditi e sbeffeggiati. Perche' hanno creduto in questo pupazzo, come fa un operaio dalle mani dure e dal volto solcato da lavoro e dalla vita, dare credito ad un impostore di tal fatta?"
mi scriverà in serata Francesco, prima ancora che io sia rientrata a casa-.


12:10 Favino legge lettera del figlio di un ex operaio Ilva
“Sono figlio di un ex operaio Ilva, non un operaio a caso, mio padre.
L’ultimo del mondo.
Sono figlio dell’ultimo del mondo.
Io sono un traditore. Sono un reietto.
Come Bruto ho ucciso mio padre.
L’ho ucciso con il silenzio.
Caino me.
Mio padre aveva tre figli, io l’unico maschio, ultimo a nascere. Secondo Riva a me spettava un posto di diritto in fabbrica. Per me il destino era scritto. Me le ricordo tutte le chiacchierate con mio padre. Da buon operaio, padre di famiglia, voleva per il suo unico figlio maschio, il riscatto sociale, voleva una carriera all’avanguardia. Mi diceva: studia, impegnati, costruisci il tuo futuro perché nessuno qua ti da niente.
Perché
il futuro si costruisce sporcandosi le mani. Mi diceva di non arrendermi perché all’Ilva non c’era neanche il padre eterno a difenderti
Così scriveva il 13 dicembre 2008, Roberto Romano, figlio di un ex operaio Ilva. 


12:16 - Un minuto di silenzio per i morti sul lavoro 
e "per tutti gli immigrati che hanno perso la vita nel viaggio verso la speranza".
 A Circo Massimo non parla più nessuno.

slogan


Sono un condannato a morte. Il cartello che porto oggi dice proprio questo. Il fatto è che ogni giorno perdo un pezzo della mia libertà e dei miei diritti. L’altra volta eravamo tre milioni di persone e spero che anche oggi si sia riusciti a superare questo traguardo perché l’Italia di allora non è l’Italia di adesso: i problemi sono ancora più gravi e c’è molto da fare per i lavoratori dipendenti”. Giorgio


Si conclude l'appuntamento con vari brani musicali: non potevo non cogliere la coincidenza con la presenza della band la Casa del Vento che, peraltro, ha suonato il branonel VENTO.. "Figli del VENTO".


Grazie e a tutti coloro che c'erano.
Un saluto a chi non son riuscita ad incontrare ma è stato bello camminare sulle medesime strade, con la stessa mèta e spinta.

Hasta siempre.

3.4.09

Occhio per occhio... e il mondo diventa cieco. (Gandhi)

Un bambino, nel giocare, urtò il tavolo,  si fece male a un ginocchio e si infuriò:
-"Stupido tavolo!" 

Il padre aveva promesso a quel bambino di portargli un gironaletto illustrato, ma se ne scordò.

Il bambino si mise a piangere; il padre si innervosì e si infuriò:
-"Stupido bambino!"

Il tavolo fu molto contento.





1.4.09

Needed but unwanted: rievocando il fiume Masacre e la tragedia che non cessa

Furono gli Stati Uniti ad insediare l'astuto Generale Rafael Leónidas Trujillo nella parte orientale dell'isola Hispaniola, Repubblica Domenicana (nell'altra metà, quella occidentale, si trova Haiti, per lunghi anni oppressa da Duvalier, dittatore altrettanto spietato), per continuare a difendere i propri interessi economici: iniziò così una dittatura che perdurò per circa 30 anni, fino al 1961. Le principali fabbriche di zucchero e molti atri settori industriali divennero sua proprietà personale.

Nel 1937 Trujillo, in cerca di popolarità, ordinò all’esercito l’uccisione di 18.000 haitiani che vivevano nelle zone di frontiera dominicana, fuori delle piantagioni di canna da zucchero, e fece passare il massacro come una rivolta del popolo dominicano. Il fiume che scorre lungo la frontiera nord porta ancora oggi il nome “Massacre”, anche oggi tristemente famoso perché molte volte vi vengono gettati i lavoratori haitiani, dopo essere stati derubati del loro magro guadagno. Da quel momento iniziò una campagna di “dominicanizzazione” della frontiera promuovendo la ripopolazione della zona con famiglie dominicane, a cui si consegnavano terre, e la creazione di nuove province.

Non dobbiamo solo pensare alla Repubblica Dominicana come paradiso turistico dalle spiagge dorate, giochi erotici esercitati peraltro, in gran parte dalla prostituzione minorile: qui i bambini emigrati dal nord-est di Haiti, la zona più povera del paese, non accedono alla scuola in quanto clandestini, privi dei necessari documenti. Costretti a vivere per strada, come i gatti e i colombi, e sono infatti chiamati las palomas , spesso vittime di abusi sessuali consumati anche all'interno delle proprie famiglie.

Ancora oggi, nei campi di canna da zucchero, la principale fonte di ricchezza del Paese, la quasi totalità dei tagliatori è costituita dai profughi, un popolo senza diritti che vive in condizioni atroci: sono i braceros - i tagliatori muniti di machete - povera gente fuggita dalla propria terra, Haiti per poter sopravvivere. I dominicani li chiamano anche Congos , come volessero ricordar loro che « l' era della schiavitù » non è del tutto scomparsa: Si svegliano alle 6 del mattino e finiscono a sera verso le 18 o anche le 20, inebetiti dalla fatica e dal sole per guadagnare un miserevole salario (tre dollari per ogni tonnellata); vivono nei cosiddetti «bateys» , specie di minuscoli villaggi con catapecchie di legno ai margini della piantagione, senza luce né acqua corrente e quasi tutte senza finestre, in aree recintate e controllate dalla polizia, la cui vicinanza è inevitabilmente fonte di scontri, violenze fisiche e sessuali. Ad essi viene incostituzionalmente negata la nazionalità dominicana, cui avrebbero diritto, anche se nati da genitori haitiani, da tempo residenti nella R. D.

"Non hanno nulla, passano la frontiera in cerca di una speranza di vita e vanno a
finire nelle mani di sfruttatori che li tengono a lavorare nei campi in
condizione di semi-schiavitù, con la complicità di militari e polizia di
confine, che dalla tratta di esseri umani traggono i loro vantaggi.
"

Approfondimenti:

Machete e miseria, gli schiavi dello zucchero

Caraibi storia

Massacre of Haitians in the Dominican Republic 1937

La storia di Marie Louise figlia di Braceros haitiani