2.11.11

Noi viviamo per gli abiti, con gli abiti e negli abiti

Non dovrebbe nemmeno stupirci particolarmente giacchè, anche a queste latitudini esistono mode e comportamenti che non ti spieghi e che non hanno ragioni per manifestarsi e replicarsi.
L'argomento 'MODA' non è proprio il mio forte e ho sempre diffidato degli stili che ti rendono simile a chiunque;
non so cosa sia una marca cui sono primitivamente contraria, senza sapere, per ciò, di essere una "No-Global".
Non esiste: impiegare energie, tempo e denaro, in condizioni di presunta capacità d'intendere e volere, per ricercare l'ultimo capo griffato.
E' un insulto all'intelligenza e alla condizione di fame, nel mondo.

E se poi, dentro l'abito bello, colorato e firmato, con grande attenzione ai dettagli, c'è un prestante modello delle strade di Brazza a Bakongo, nella Repubblica del Congo,
 
che sfila nelle strade fangose e bidonvilles, fra lamiere, sedie di plastica e strade affollate, di uno dei paesi più poveri del mondo, beh, diventa ancor più stridente lo scarto.

«Si potrebbe dire che la Sape è un mondo a parte. O meglio, un mondo all'interno di un altro mondo all'interno della città, anzi di molte città, considerando che si tratta di un fenomeno specificamente locale, che coinvolge i quartieri di Bacongo a Brazzaville e Matonge a Kinshasa, e allo stesso tempo internazionale con ramificazioni a Parigi, Bruxelles e in alcune zone di Londra»
Paul Goodwin su 'Gentlemen of Bacongo'-Daniele Tamagni -2008

Sono i SAPEURS: molti vivono comunque in case modeste ma rinuncerebbero a mangiare pur di dedicarsi all’eleganza più sfrenata firmata Versace, Prada e Gucci. Come un'ossessione e un capriccio, ma SAPE -Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes (Società delle persone eleganti che fanno atmosfera)- è diventata una fede con i suoi adepti ed una filosofia
L’ispiratore di questa sottocultura dell'alta moda fu Andre Grenard Matsoua che, dopo aver trascorso qualche anno in Francia con blazer a 3 bottoni e pantaloni bianchi,  tornò in patria negli anni '20, vestito di tutto punto.  Ma fu Papa Wemba, il musicista zairese che, negli anni 70, per opporsi al dittatore Mobutu che proibiva l’uso di giacca e cravatta come “simbolo degli oppressori europei” indossava deliberatamente  abiti sontuosi, acquistati nelle più esclusive boutique d'Europa.
Il suo stile travolgente diede vita ad una vera e propria rivoluzione dei costumi destinata a propagarsi come un’epidemia nel cuore dell’Africa.
«Il fenomeno ha acquistato i contorni di una vera e propria ossessione per la griffe»,
sosteneva l’etnologo francese Jean Rouch.

To be cool in Congo is to be a ”sapeur.”
Ogni sapeur degno di questo nome deve possedere due cose fondamentali: 
un completo perfetto 
e un repertorio esclusivo di pose.
E deve attenersi alle regole della Sapeologia.

Ma la SAPE dovette interrompere la propria attività negli anni dal 1997 al 2002, gli anni della Guerra Civile. Infatti i Sapeurs si definiscono Non-Violenti e, nei loro motti compare
“Let’s drop the weapons, let us work and dress elegantly.”

Al ritmo della musica di Papa Wemba, sfilano su abiti maschili sagomati con giacche lunghe sui fianchi e attillate alle spalle: un’eleganza che rinnova negli accostamenti insoliti dei colori il dandismo parigino con un tocco technicolor.

Una grande voglia di riscatto sociale che passa attraverso l’abito.



4 soffi:

Alberto ha detto...

Molto interessante ma di faticosa comprensione per me tutto ciò. Non è un po' abdicare alle proprie origini e ai propri abiti tradizionali?

giardigno65 ha detto...

very cool, altro che tribalismo ...

Lorenzo ha detto...

Questa cosa è molto interessante.
La moda che è quanto di più borghese possa esistere, usata in modo rivoluzionario. Mi piace.

duhangst ha detto...

Sono un pochino perplesso..