"Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo.
Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di piccoli paesi, non so se da ragazzo
mi sbagliavo poi di molto"… "Un paese ci vuole. Non fosse che per il gusto di andarsene via.
Un paese vuol dire non esser soli, sapere che nella gente,
nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo,
che anche quando non ci sei resta ad aspettarti"
Cesare Pavese, La luna e i falò
Era il 6 novembre 1975 quando ebbe inizio la lunga “Marcia Verde” durata diversi giorni, per chiedere la liberazione del Sahara Occidentale da parte del popolo Saharawi (dall'arabo: ﺻﺤﺮﺍء, ṣaḥrāʾ, ossia "Sahara") che ne rivendicava la paternità e la radici; come del resto aveva sancito lo stesso ONU.
Ma il risultato fu un esilio forzato di circa 250mila 'figli del vento' che oggi vivono profughi nei campi allestiti nell’Oasi algerina di Tinduf, sull’Altopiano dell’Hammada, al confine con Marocco e Mauritania.
Violati i diritti umani, vessati dal razzismo, privati di un'economia di sussistenza e dell'accesso alla salute; le manifestazioni vengono represse nel sangue e con la tortura.
“Chiedo con tutte le mie forze che la gioventù saharawi, oggi posizionata a favore del ritorno della lotta armata, ci aiuti a spingere la comunità internazionale a riconoscere i nostri diritti; che ci aiuti a far conoscere la verità sulla nostra lotta pacifica, affinché il popolo saharawi passi alla storia come l'unico esempio vivente di questo tipo di resistenza senza violenza, che dura da oltre 37 anni”. Ghalia Djimi
E, per dirla in poesia [scritta da un uomo saharawi]
Alla donna Saharawi
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| Deserto dell'Hamada, Tendopoli di Dakhla |
Donna dai capelli neri
cascata universale di notte apparsa
con il tuo sorriso.
Creasti una vita di ansie e diritti
in un popolo che ti venera.
Le tue parole,
consolazione del ferito e ricetta contro il dolore,
sguainano pugnali di rose
che fioriscono sulla patria.
E le tue mani mansuete
per mordere il bordo del pane e la vita sono ribelli,
quando impugni le armi
e difendi i tuoi figli.
Donna fatta di sole, sabbia e ragione
il tuo dolore immenso e` il peso che ci opprime
e il tuo grido alle "jaimas"
dove il tuo sudore e` pane, case, scuole e ospedali
si erge schiaffeggiando
il tempo e gia` sei ascoltata.
Donna nel tuo sguardo
c`e` odio per l`invasore
ma cresce la speranza
e l`amore si scatena
come cataclisma di passioni.
Donna tu sei il popolo, anche Tu sei rivoluzione

3 commenti:
Come mi piace Pavese!
Abbiamo bisogno tutti di un paese, che sia grande quanto un "vikinadu" o vasto quanto un continente; è anche necessario ricordarsi che esiste "altro" oltre il prorio territorio; a questo proposito mi ricordo l'esclamazione di un mio paesano al sapere che il mondo non finiva con la sua "tanchitta":
oddeu it'errore! m'ana nau ki dopo nugoro b'ada galu mundu! no si kumprende prus su babu kin su iggiu!.
mater
una grande rivoluzione !
E uno dopo l'altro, altri paesi hanno subito la stessa sorte.
Guardo la Siria e guardo l'Egitto.
Le coscienze si sono sopite e i popoli appiattiti...PERCHE'?
Buon fine settimana Samaaya.
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